Uno Spazio per il Dolce

Dolci Sardi

Natale: tempo di trasgressioni alimentari per definizione. Si inizia mangiucchiando i cioccolatini dell’avvento, si apre il panettone il giorno dell’Immacolata e si continua a masticare ininterrottamente fino all’Epifania. Puntualmente, ogni anno, pranzi, cene e aperitivi natalizi si sommano di giorno in giorno, riempiendo l’agenda di impegni mangerecci. Non c’è scampo, neppure da quelle persone che non frequentiamo da un po’ ma che incontriamo immancabilmente sotto le feste per scambiarci gli auguri davanti ad una fetta di panettone.

Quante volte in questo periodo ci siamo ripromessi di non esagerare e siamo finiti con il cedere senza quasi accorgercene? Del resto, anche se ci sembra di scoppiare dopo la carrellata di antipasti, primi e secondi, uno spazio per il dolce lo si trova sempre. Abbiamo davvero un secondo stomaco per il dessert o siamo soltanto degli inguaribili golosi?

La spiegazione a questo fenomeno si può trovare nei meccanismi psico-fisiologici che conducono alla sazietà. Siamo portati a credere che la sensazione di pienezza sia generica, invece, diversi esperimenti hanno evidenziato l’esatto opposto, ovvero, che la percezione della sazietà è specifica rispetto ai cibi che sono stati mangiati. Scrivono Conner e Armitage: «il primo processo che conduce alla sazietà è un effetto sensoriale, questo si genera tramite l’odore, il gusto, la temperatura e la consistenza del cibo; favorisce l’interruzione dell’azione di nutrirsi e inibisce, nel breve periodo, il desiderio di mangiare cibi con caratteristiche sensoriali simili a quelli appena assunti».

Oltre a ridurre il grado di piacevolezza nei confronti del cibo consumato, il meccanismo di “sazietà sensoriale specifica” diminuisce il desiderio nei confronti di alimenti analoghi. Per esempio, dopo aver mangiato a sufficienza delle pietanze salate di nostro gradimento, la voglia per quest’ultime diminuisce ma l’appetito per i dolci rimane invariato. Ecco quindi spiegata la ragione per cui, anche se fatichiamo a finire secondo e contorno, uno spazio per il dessert lo troviamo sempre. Allo stesso modo è ragionevole supporre che la presunta efficacia di certe diete mono–alimento dipenda da questo effetto sensoriale specifico.

Probabilmente, da un punto di vista evolutivo, questo meccanismo si è sviluppato per promuovere l’adozione di una dieta più varia da un punto di vista nutrizionale e di limitare il consumo di uno specifico alimento durante lo stesso pasto. Tuttavia, madre natura non ha fatto i conti con la nuova società del benessere, nella quale varietà ed abbondanza sono il pane quotidiano.

L’unica via di scampo per evitare di mangiare troppo è affidarsi ai processi cognitivi o psicologici, ovvero, a quelle credenze, vere o presunte, che tutti noi possediamo circa le proprietà e gli effetti di certi alimenti. Queste idee ci permettono di sentirci soddisfatti dopo aver consumato una certa quantità di cibo in particolari circostanze: è innegabile che le festività natalizie siano una sfida difficile anche per le migliori convinzioni.

Elena Cadel
Psicologa ambientale, attualmente svolge il dottorato di ricerca presso l’università Bicocca di Milano sul tema alimentazione, cultura e sostenibilità.  Collabora con thebigfood curando la sezione Salute & Ambiente.

Bibliografia
Conner, M., Armitage, C. J. (2002). La psicologia a tavola. Il Mulino, Bologna (p. 38)

Rolls, B. J., Rolls, E. T., Rowe E. A. e Sweeney, K. (1981). Sensory specific satiety in man. Physiology and Behaviour, 27, pp. 137-142.
Rolls, B. J., van Duijenvoorde, P. M., e Rolls, E. T. (1984). Pleasantness changes and food intake in a varied four-course meal. Appetite, 5, pp. 337-348.

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