Cibo ed Identità

flexIl cibo svolge un ruolo centrale in ogni cultura ed è connotato da molteplici significati. Può agire come forma di interazione sociale e comunicare amore, potere, norme culturali o religiose ma essere anche espressione di identità, genere, sessualità, conflitto e autocontrollo. La carne, in modo particolare, è l’alimento più carico di simbologia ed è forse quello che più di altri riesce a dare vita a tante espressioni del nostro Sé.

Carne o non carne? Se per alcuni mangiare prodotti di origine animale non è un problema, altri si arrovellano nel dilemma di una scelta che, oggigiorno, appare sempre più controversa. Le cifre parlano chiaro: un consumo eccessivo di proteine animali nuoce alla salute e all’ambiente; per questa ragione, un numero crescente di persone decide di modificare le proprie abitudini alimentari per avvicinarsi a modelli nutrizionali presumibilmente più sani, etici e sostenibili.

Dobbiamo diventare tutti vegetariani o vegani? Non necessariamente. Macrobiotica e flexitarianesimo, per esempio, possono essere alternative più “accettabili”. La prima è una dieta a base di cereali e vegetali (alghe comprese), che occasionalmente include pesce, frutti di mare e altri prodotti di origine animale; la seconda, dal nome più moderno e glamour, è l’alimentazione onnivora per eccellenza, attenta a consumare più verdure e a limitare il più possibile la carne.

È possibile che qualcuno si riconosca in quest’ultimo profilo, scoprendo così di avere una nuova identità da dichiarare al mondo: «Sono un flexitarian!». Ma com’è nato questo termine? Era proprio necessario dare un nome a quella che è stata la sola ed unica forma di alimentazione popolare fino alla seconda guerra mondiale? Non basta dire «mangio di tutto un po’»? Quanto conta l’identità nelle nostre abitudini alimentari?

Sicuramente, il termine “flexitarian” è un modo piuttosto cool e, forse, anche un po’ eco-chic, di mangiare meno carne, che da voce ad una nuova consapevolezza sui temi della salute e dell’ambiente. Tuttavia, esso risponde anche all’esigenza dei consumatori più liberi e maturi di personalizzare dei significati condivisi (per esempio, avere un’alimentazione sana) e di estendere così i confini del proprio Sé.

L’identità, intesa come l’esito di un lungo processo individuale e relazionale, influisce tantissimo sui nostri comportamenti di acquisto. Come scrivono Balconi e Antonietti, «l’appartenenza diventa […] un modo per anticipare le mode, per presentarsi agli altri e a se stessi in un continuo gioco di scoperta e di rinnovamento».

I flexitarian ricercano nei reparti del supermercato o nelle bancarelle l’ispirazione per comunicare a se stessi e agli altri chi sono o chi vorrebbero essere. Non possono, o non riescono, ad essere vegetariani ma sentono comunque di essere diversi dagli altri consumatori e hanno il bisogno di esprimere queste loro inclinazioni per rafforzare le loro scelte ed agire di conseguenza.

Elena Cadel
Psicologa ambientale, attualmente svolge il dottorato di ricerca presso l’università Bicocca di Milano sul tema alimentazione, cultura e sostenibilità.  Collabora con thebigfood curando la sezione Salute & Ambiente.

Bibliografia:
-Balconi, M., Antonietti, A. (2009). Scegliere, comprare. Dinamiche di acquisto in psicologia e neuroscienze. Springer-Verlag Italia (pag. 139).
-Franchi, M. (2009). Il cibo flessibile. Nuovi comportamenti di consumo. Carocci, Roma.
-Bittman, M. (2012). We’re Eating Less Meat. Why? The New York Times/The opinion pages. 10 gennaio 2012 http://opinionator.blogs.nytimes.com/2012/01/10/were-eating-less-meat-why/
-Ogden, J. (2010). The psychology of eating: From healthy to disordered behavior. Wiley-Blackwell, Oxford.

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7 risposte a “Cibo ed Identità

  1. quando dirò a mia madre che siamo tutti flexitariani in famiglia spero che non si spaventi 🙂
    Ma l’affermazione del sè non è sempre un processo oppositivo? Insomma non sappiamo chi siamo e nemmeno quello che possiamo fare, al limite sappiamo chi non siamo, in base al mero confronto con l’altro da noi. Il tutto sempre sotto le sovrastrutture culturali in cui siamo cresciuti e, quindi, sotto i mezzi tipici di espressione della società in cui viviamo.
    Insomma, quel che volevo confusamente spiegare, è che l’identità è frutto di una negoziazione, sia con la cultura e la società, sia con l’altro da sè e l’unico modo per esprimere questa identità è quello consentito dalla società.
    La nostra è una società capitalista ed edonista. Si è quello che si ha. Il regno dell’immagine necessita di un’affermazione che possa essere contabilizzata.
    Fare spese, o anche la spesa, è uno dei modi “permessi” e “spinti” dalla società per l’affermazione identitaria.
    Mi chiedo, però, quanto possa pesare, nell’adesione al flexitarianesimo, la presa di coscienza del sè (il voler tanto, ma non posso) rispetto alla volontà di prendersi cura di un corpo che inesorabilmente invecchierà, ma a che si vuole bloccare a un tempo indefito. Insomma quanto conta il sè e quanto la sua immagine?

  2. cara Elena, ho scoperto forse che anche io appartengo all’ultimo gruppo, cioè i flexitarian. Da quando sono a dieta mi nutro moltissimo con verdure e poca carne e con ottimi risultati. Ciao, a presto.

  3. io penso che “catalogarci” serva alla società per guidarci nei nostri acquisti.
    la presa di coscienza? quella vera secondo me è quella di aprire gli occhi e non farci fregare dalle mode “bio” “no ogm” “anti carne” “naturale” “chilometrozero” etc. informarci e non avere preconcetti è l’unica possibilità che abbiamo.

    io sono semplicemente attento a ciò che mangio e cerco di seguire una dieta equilibrata.

  4. Grazie a tutti per i vostri commenti, fanno sempre molto piacere! =)

    In generale, in psicologia, l’identità di ciascun individuo corrisponde al senso del proprio essere continuo, attraverso il tempo, e distinto come entità da tutte le altre. È un prodotto sociale e dinamico ma che non si basa necessariamente su processi oppositivi. L’identità, infatti, nasce dall’interazione tra le capacità mnemoniche, conoscitive e organizzative, unite ai processi di influenza derivanti dal contesto sociale.

    In particolare, secondo la teoria di Breakwell (1), l’identità si basa due livelli strettamente legati l’uno all’altro: la dimensione dei contenuti e quella dei valori. La prima riguarda l’insieme degli elementi che qualificano l’identità e che marcano ciascun individuo come essere unico.
    Essi sono organizzati in una struttura gerarchica ma flessibile (in quanto sensibile ai mutamenti dei contributi e delle richieste provenienti dal contesto sociale); inoltre, ciascun elemento appartenente a questa struttura possiede uno specifico valore, positivo o negativo, il cui insieme costituisce la dimensione valoriale dell’identità. In questo senso, i processi di identità sono guidati da principi che definiscono stati desiderabili della struttura identitaria, culturalmente e temporalmente circoscritti.
    Spero di essere stata sufficientemente chiara (purtroppo le teorie sull’identità non sono così semplici da spiegare).
    Proverò ad approfondire l’argomento nel prossimo articolo dedicato all’influenza dei valori nelle nostre scelte!

    (1) Breakwell, G. M. (1994). Identity Process Theory. Joint Colloquium. University of Quebec at Montreal/University of Montreal, Montreal.

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