La guerra del bitto

Un paio di giorni fa un infuocato articolo del giornalista enogastronomico Attilio Scotti su Vaol, accusava l’Accademia del Pizzocchero (associazione che si propone di valorizzare questo piatto tipico valtellinese) di aver tradito i propri ideali avendo dato un riconoscimento ad un ristorante nella bergamasca. Cito questo fatto (di certo grave) per trattare una vicenda simile, ma per certi versi ben più penosa, che si trascina in Valtellina da quasi 15 anni: la cosiddetta guerra del formaggio Bitto che ha come protagonisti, da una parte l’ Associazione Produttori Valli del Bitto e dall’altra, il Consorzio di Tutela (CTCB) che “difende” il Bitto DOP. Prima di entrare nel vivo della questione è bene fare un po’ di chiarezza per chi non conoscesse il prodotto di cui stiamo parlando: il Bitto è un formaggio d’alpeggio, grasso, a pasta semicotta (di latte vaccino e caprino in piccolissima parte) che si produce da secoli in bassa Valtellina, più precisamente nelle Valli del Bitto (separate dall’omonimo torrente), in alta val Gerola sopra la cittadina di Morbegno. Tra le sue caratteristiche principali c’è quella di reggere invecchiamenti molto lunghi, fino a 10 anni, il suo sapore è semplicemente unico, inutile descriverlo qui in poche righe. Tornando al nosto caso, qual è il motivo del contendere?

La disciplinare della DOP estese anni fa la zona di produzione a tutta la provincia di Sondrio permettendo di non utilizzare latte di capra e di alimentare le vacche con mais, altri cereali, melasso e soia. I produttori storici , fedeli alla tradizione che voleva l’alimentazione degli animali con mangimi naturali, la lavorazione del latte solo a caldo in calecc di pietra (costruzioni “mobili” caratteristiche che permettono una maggiore vicinanza col bestiame) e l’aggiunta di latte di capra orobica, decise di uscire dalla tutela della DOP. Da allora si combatte una battaglia legale a colpi di carte bollate, multe e richiami tra l’Associazione storica e il Consorzio. Ultimo episodio in questo senso è la multa da 60.000 euro che si è vista recapitare la società che opera la commercializzazione del Bitto ‘storico’ con  la motivazione di non essersi assoggettata ai controlli previsti per la produzione Dop e per aver usurpato la denominazione protetta “Bitto“.

In pratica, il risultato è che nelle Valli del Bitto, dove si produce il Bitto da secoli, il Bitto non può più assumere questa denominazione mentre in tutto il resto della provincia di Sondrio (e in parte di quella di Bergamo) sì. Stiamo sfiorando il grottesco: gli organismi di controllo (come nel caso ad inizio articolo dei pizzoccheri) tutelano chi non dovrebbero, chi rispetta la tradizione non solo non viene appoggiato ma viene anche attaccato frontalmente. E così i pizzoccheri devono essere difesi a spada tratta da un valoroso giornalista e il vero Bitto dall’associazione Slow Food che lo tutela con un presidio. Anche la rete si è mobilitata, in particolar modo il sito ruralpini ha lanciato un grido d’allarme promuovendo una petizione online che ha calamitato l’interesse di molti e che vi invitiamo ovviamente a firmare numerosi.

Qual è la morale di questa storia? La tradizione viene calpestata troppo spesso da leggi che cercano di tutelarla ma in realtà tutelano solo gli interessi economici dei soliti gruppi di potere. Il ruolo delle Dop andrebbe quantomeno rivisto per non intaccare la ricchezza storica delle nostre tradizioni alimentari. Chi esce sconfitto da questa vicenda non è un’associazione od un’altra ma il territorio e la gente che crede ancora nelle buone pratiche tramandate dal passato.

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3 risposte a “La guerra del bitto

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